Sottotitolo: la prima volta che ho fatto l'amore.
Secondo verso del sottotitolo: non è stato un gran che divertente.
Una canzone di Finardi, e nello stesso album, la canzone della seconda prima volta, del primo vero amore. Qualcuno deve aver dimenticato una scatola di romanticismo da qualche parte, e stanotte ci sono caduta dentro. Non càpita spesso, sopportatemi.
La prima volta che ho fatto l'amore, s'era di febbraio e avevo sedici anni. Lui, quasi diciotto; lui Massimo detto Max. Meglio noto come l'Ostronso. Ma non pensavo fosse l'Ostronso, all'epoca. Pensavo fosse simpatico e gentile. Non eccessivamente stupido né brutto. Nemmeno bello. Senza deformità evidenti, ecco.
Bassetto, tozzetto, miope e col capello già rado nonostante l'età.
Quanto sono acida. :D
Riprovo.
Non altissimo, muscolatura ben definita, belli gli occhi e il sorriso, orrendi i capelli e le mani. Inguardabili, le mani, vomitevolmente rosicchiate. Mi viene la nausea al pensiero.
Credo che per i primi tre anni del liceo sapesse a mala pena che ero in classe con lui. Tra settembre e dicembre del quarto anno, la classe fu vittima di una serie di esplosioni ormonali tali da portare alla formazione di un discreto numero di coppie e coppiette. Così sempre più spesso finivamo coll'essere gli unici due esemplari non impegnati in duelli all'ultima lingua.
Ma non per molto.
Il primo bacio, non lo ricordo.
Baciare, avevo già baciato altri ragazzi, e comunque il primo bacio era – e sempre rimarrà – quello di Igor.
Baciare. E null'altro. Niente palpeggiamenti clandestini, niente smanacciate al cinema, niente pompini nel vicolo. Avevo giusto una vaga idea dell'anatomia maschile, e di quella femminile naturalmente. Molto vaga. Non mi masturbavo nemmeno (ma ho recuperato il tempo perduto).
In un certo momento di gennaio, Max decise che stavamo insieme. Appresi la notizia con moderato gaudio, non mi dispiaceva l'idea di avere un ragazzo, e in fondo (fondo fondo) Max non era male.
Veniva a casa mia, nel pomeriggio, colla scusa di studiare. Si accomodava alla scrivania, apriva un libro o un quaderno a caso, e iniziava a baciarmi. Se l'infinita pletora dei miei familiari decideva magicamente di teletrasportarsi altrove, ci spostavamo sul letto, e sempre ci baciavamo.
Il primo episodio sgradevole, quando mi infilò una mano negli slip e assolutamente a secco iniziò a smanacciarmi il clitoride come se avesse il Parkinson. Divenni viola dall'imbarazzo, e lui scambiò le mie variazioni cromatiche per segnali di eccitazione; tant'è che la mano tremebonda restò una costante per tutto il tempo che condividemmo insieme. La volta dopo si avventurò a saggiare l'apertura con un dito, causando il mio PTE, Primo Trauma Erotico. Disse: "Ma come sei bagnata". Ma come sono bagnata? Bagnata sono bagnata come? Come cosa? Kevvuol dire?!? Passai il resto della serata, e diverse serate successive, a domandarmi se non avessi dovuto usare un assorbente. Colle ali. Un salvaslip. Un pannolone per incontinenti. Bagnata? Ancora non avevo scopato, e già mi sentivo fuori norma. :|
Per qualche giorno, andammo avanti così. Provò anche a prendermi la mano e portarsela elegantemente all'uccello. Non sapendo cosa fare, lo tastai con un dito, come quando si prova il tonno con un grissino. Piuttosto compatto, il tonno. Ma non avevo termini di paragone, forse l'avrei pensato anche del budino al caramello.
La scopata era nell'aria, mancava l'occasione. La casa vuota, insomma.












