Il triangolo.
Lei, lui e la vostra amichevole testolina rossa.
Era giunto il momento di eliminare Sabrina.
O di congedarmi per andare a incipriarmi il naso, compiendo un lento e vizioso giro della sala, verificando lo stato in vita di Ste e scambiando qualche parola con possibili candidati al ruolo di oggetto sessuale.
Chiusa la porta del bagno, sedetti con grazia regale e mi abbandonai alla tristezza. Mi mancava Igor. Erano passati mesi da quando ci eravamo visti l'ultima volta, e ancora mi mancava. Pensavo che niente avesse senso se lui non c'era e che non sarei mai più stata felice e cose così. Pensavo a lui in continuazione, ossessivamente. La canzone ascoltata quella volta che, e quella volta, quella volta avevo una maglietta verde, e in questo locale eravamo stati insieme, e questa è la marca di birra che più gli faceva schifo, e guarda questo sottobicchiere, è tondo, come una O, la O di Ig-O-r, la A di Alice e la I di Igor, AI AI AI le vocali dell'ammmmmore.
Avrei potuto continuare così per altre ventitre lettere, una delle quali muta (hhhhh, mentre lo succhiavo a Igor), quando la mia meditazione venne interrotta dalla soave voce di Sabrina.
- Alice? Alice! ALICE!
Eh?
Uscii dalla toilette, tirando due o tre volte l'acqua per simulare una qualche attività evacuatoria.
- Oh, Sabrina.
Sorrido, ebete.
Tutto bene? Hai visto che bellina la carta igienica coi fiori? Sì?
No.
Silenzio.
Imbarazzo.
Terrore panico?
Abbastanza.
Sabrina prese a recitare la scena madre, nel ruolo della fidanzata tradita, umiliata e offesa.
Io, la strega cattiva e baldracca che le aveva insidiato l'uomo.
Lui. Boh. L'uomo di pongo, forse.
Attesi - impaziente - che Sabrina terminasse il monologo, senza ribattere, senza obiettare. Non mi piace discutere, men che meno con chi urla e strepita per imporre le proprie ragioni. Men che men che meno, con chi di ragioni non ne ha. Kazzimportava di lei, di Corrado, della loro storia morente, morta, sepolta. Talk to my hand.
Marcai mentalmente il suo nome nella lista "persone da evitare - con cura" e continuai ad annuire. Sì, io ero una troia e lui un bastardo. Certo che il contrario sarebbe stato più interessante. Io, bastarda. Lui, troia. Un accompagnatore di lusso. Oppure un marchettaro di borgata. Tirato da puttanone, truccato, imparruccato. Veramente brutto.
In un qualche momento, Sabrina uscì dal bagno, e così feci io, in un qualche momento successivo.
Il resto della serata, irrilevante. Altre birre, Stefano. Lamentazioni. Kettu lo sapevi che Sabrina era così stronza? E lui? Kessai di lui?
Niente.
Mi.
Ti amo, anche se sei inutile.
La fine della serata, moderatamente irrilevante.
Uscimmo dal locale, camminammo in direzione dell'auto, ci fermammo a sedere e fumare sulle panchine del parco. Io e Stefano. Una panchina per uno, chiacchierando da panca a panca. Parco deserto, la notte, le voci risuonavano. Nel buuuio, buuuuio.
- Alice?
Io. Comunque non era buio, c'abbiamo i lampioni. Metropoli moderna.
- Pareva d'aver riconosciuto la tua voce.
Mia.
E io avevo riconosciuto la sua.
Perché sono astutissima anche se non sembra.












